SI LAVORA POCO, MALE E PER GIUNTA SENZA LAUREA.

Mi sono sempre chiesto quale fosse la marcia in più di un dirigente aziendale , cosa avesse Tronchetti Provera (a parte Afef), e come fosse rappresentata la loro quotidianità nel mondo professionale. Ed è proprio nel momento in cui la parola più pronunciata è crisi e le imprese giocano con il destino dei loro dipendenti, che sui manager ci si   punta il dito contro: miopi nelle strategie, accecati dal miraggio dei bonus, hanno guidato le aziendeportandole nell’ infinito buco nero della recessione. Ma in Italia il declino è cominciato molto prima, esattamente dal 1995. E la copertina dell’Economist che definisce gli italiani “Sick Man of Europe” non è altro che un terribile inizio. Che questo morbo abbia a che fare con i manager, con i criteri che ne determinano la scelta, con il modo in cui lavorano? Due studi aiutano a farsi un’idea. Provengono entrambi dalla London School of Economics, ma sono opera di quattro ricercatori italiani. Il primo si intitola “Italian Managers: fidelity or performance“. Completato nel 2008, sarà discusso al Festival dell’economia di Trento. Spiega, in soldoni, come un capitano d’industria italiano nomina i suoi ufficiali. Il secondo (“What does a Ceo do?“) è ancora in fase preliminare e risponde all’interrogativo: ma poi, che cosa diavolo fa, esattamente, un amministratore delegato? Per farlo i 4 studiosi hanno valutato la carriera di 600 manager, di cui 121 amministratori delegati. Sono entrati in possesso delle loro agende ricostruendo gli impegni di una settimana lavorativa. Hanno verificato all’Inps le loro retribuzioni . Il risultato? Prevedibilmente sconfortante. Ineludibilmente di cattivo auspicio. Come viene scelto un manager in Italia? Una minoranza di imprese (quelle non familistiche e a vocazione multinazionale) si basa sulle performance, incarica cacciatori di teste, mette annunci, fa riferimento a precedenti contatti d’affari. Ma la maggioranza decide in maniera differente, sulla base delle relazioni personali. Al limite di quelle familiari. In pratica non si sceglie qualcuno che ha dimostrato di valere, ma uno con cui si è fatto il liceo, o il compagno di merende del cugino. I dirigenti delle aziende di Silvio Berlusconi non sono forse stati in maggioranza suoi compagni di scuola? E non è poi venuta la volta dei compagni di Pier Silvio (cooptato per eredità)? Proviamo a confrontare i manager italiani usciti da questa ricerca con quelli di un sondaggio effettuato in 4mila aziende di 12 Paesi esteri. Per età sono simili. Per genere l’Italia si rivela più misogina (benché sia risalita negli ultimi vent’anni e abbia una donna alla guida di Confindustria, Emma Marcegaglia, la signora dell’acciaio). Più che altrove, da noi la scelta è domestica (solo il 4% dei manager è straniero).  Ma il dato più raccapricciante,  è nel livello di studi del manager italiano. La metà non possiede laurea. E quando ce l’ha, è lontana dalla lode. Il risultato di questa incresciosa ma annunciata ricerca , è uno solo , e si chiama :Parmalat. Il più grosso crac made in Italy degli ultimi anni. Un’azienda gestita da Calisto Tanzi come un padre padrone. Dove entravano figli e nipoti con cariche non commisurate alle capacità. Dove a parte due donne (ovviamente una figlia e una nipote) tutti i dirigenti erano maschi. Dove le carte d’identità recavano inevitabilmente la scritta “Nato a: Collecchio (Parma)”. Dove tutti erano, con orgoglio, ragionieri, Tanzi incluso. I manager scelti per il curriculum e i risultati lavorano di più, sono più soddisfatti, spingono l’impresa più avanti, avendo più propensione al rischio. Il problema è che la maggioranza non solo viene assunta per affidabilità, ma fa anche carriera per le stesse ragioni e viene licenziata non quando manca gli obiettivi, ma se non si sdraia sulla linea tracciata dal padre-padrone.Questo determina il larga misura l’esito del secondo studio: che cosa fa un manager? Dei 121 a cui è stata “rubata l’agenda” , lavorano in media 48 ore alla settimana. Ogni giorno svolgono 7 diversi tipi di attività.  Metà del tempo lo spendono in “riunioni”. Il 14% soli alla scrivania. Il 12% in viaggi. Nel restante 25% telefonano, partecipano a videoconferenze, pranzi di lavoro, eventi speciali. Chi incontrano? Questa può apparire una sorpresa. Principalmente consulenti esterni all’azienda. Piuttosto che i capi divisione interni vedono persone che ruotano in altre orbite. A seguire: clienti, investitori, banche, politici, fornitori. Come si spiega? Perché un amministratore delegato passa più tempo con un faccendiere, un ministro, un banchiere che con il direttore marketing o il capo del personale della propria azienda?Ci troviamo di fornte ad un universo in cui la determinazione delle posizioni non è legata ai titoli né ai risultati, ma ai rapporti, i manager dedicano più tempo a tessere questi che a far funzionare le aziende di cui hanno la responsabilità. Ecco che il circolo vizioso si chiude: in mezzo restano aziende che non brillano più da oltre un decennio, lavoratori che ne pagano le conseguenze. Se hai una laurea con il massimo dei voti, hai un carattere indipendente, non sei propenso alle relazioni pubblichee  sei magari perfino donna. Allora non pensare di fare il manager in Italia. Al limite vai all’estero, alla London School of Economics a fare un’impietosa ricerca sui manager.

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